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La commercialista: «Studio il fisco cinese: sono i futuri clienti delle aziende italiane»

Cronaca

La commercialista: «Studio il fisco cinese: sono i futuri clienti delle aziende italiane»

«La Cina è un enorme mercato con un miliardo e 350 milioni di abitanti e si stima che tra 10 anni sarà la nazione che consumerà di più al mondo». Un buon motivo, per le aziende italiane, di guardare il Paese della Grande muraglia come un possibile cliente, più che come un fornitore di manodopera a basso costo come è spesso stato inteso finora.

Una fiscalità che si impara in 2 giorni

La commercialista brugherese Maristella Lecchi

Ne è convinta la commercialista Maristella Lecchi, brugherese esperta di Diritto tributario internazionale, che con un gruppo di colleghi è appena rientrata da un viaggio a Shanghai con l’obiettivo, spiega, di «approfondire la realtà fiscale e commerciale cinese in loco dopo aver seguito diversi corsi in Italia».
Un mondo, aggiunge, per certi versi semplice: «In Italia un commercialista deve districarsi nella giungla fiscale e giuridica con continui aggiornamenti. La fiscalità cinese invece si impara in 2 mattinate di lettura dei testi di riferimento». Quando un’impresa cinese emette una fattura, spiega, «questa è automaticamente registrata all’ufficio fiscale, con un’imposta effettiva molto più bassa di quella italiana».
Per altri versi, invece, è un mondo complicato per un occidentale: «La stragrande maggioranza dei cinesi non conosce l’inglese e parecchi non sanno neppure leggere».

Meno delocalizzazioni, più importazioni
Oggi, sostiene Lecchi, la Cina è sempre meno luogo di delocalizzazione, superata da concorrenti più economici: «Il costo orario medio di un operaio è di 2 euro l’ora; in Vietnam è di 1 euro, in India 0,85 euro».
Diventa interessante, aggiunge, «produrre per il mercato cinese: c’è una nuova classe emergente che si allinea ai modelli occidentali. E in quest’ottica il made in Italy è vincente». Dei 25 milioni di abitanti che popolano Shanghai «un milione è ricco nel senso che possiede centinaia di milioni di euro. E la classe media sta diventando sempre più popolosa negli ultimi anni».

Evitare fregature e consorzi per affrontare il mercato
Per esportare nella “Terra di mezzo” (questa la traduzione letterale di Cina) ed evitare problemi è necessario affidarsi a chi conosce già il mercato, dispone delle autorizzazioni ad operare oltre, spiega Lecchi, «ad avere i fondamentali contatti con i funzionari governativi, regionali e cittadini». Considerando che là un’azienda di 700 dipendenti è considerata piccola, conviene che le imprese italiane si consorzino per poter avere un impatto positivo: «È il consiglio che ci ha fornito anche il console italiano a Shangai», conferma Lecchi che non esclude un ritorno nei prossimi mesi nella metropoli cinese.

Ad occhi aperti
Insomma, secondo la commercialista, la Cina sta diventando un potenziale interessante cliente per le aziende italiane: «Chi chiude gli occhi oggi – conclude – si troverà fuori dai giochi quando tra qualche anno sarà costretto a riaprirli».

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