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L’omelia dell’Epifania del vescovo Brambilla: «La stella intermittente che ci porta a Dio»

Il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, presiede la Messa del 5 gennaio 2023 (foto di Corrado Pasqualini)
Il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, presiede la Messa del 5 gennaio 2023 (foto di Corrado Pasqualini)

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L’omelia dell’Epifania del vescovo Brambilla: «La stella intermittente che ci porta a Dio»

Un mistero rivelato, come dice l’apostolo Paolo, «a tutte le genti. Con questa espressione il Cristianesimo finisce di essere una religione di un popolo, di una terra, di un tempio; diventa religione per tutti i popoli, per tutte le genti». È partito da questa riflessione il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, nell’omelia della messa vigiliare dell’Epifania 2023. Riportiamo di seguito il testo dell’omelia, trascritto dal parlato e non rivisto dall’autore.

La festa dell’Epifania che significa manifestazione, rivelazione, ha come due punti di riferimento. Il primo punto è ripetuto ben tre volte nel vangelo di oggi: è un verbo. Si dice che i Magi vengono per adorarlo, al versetto tre, dove si dice che Erode dovrebbe farsi precedere dai Magi perché possa andare anche lui ad adorarlo. È una frase ironica, detta con qualche malizia. E poi al versetto 12, quando i Magi, alla ricomparsa della stella, perché si tratta di una strana stella questa, è una stella intermittente, finalmente a Betlemme, non a Gerusalemme, a Betlemme, riescono a riconoscere e adorare Gesù.

L’altro indicatore sono i Magi. Se noi siamo qui questa sera è perché c’è l’espressione che Paolo ha detto che il mistero che Dio ha rivelato, l’ha rivelato a tutte le genti. Con questa espressione il Cristianesimo finisce di essere una religione di un popolo, di una terra, di un tempio; diventa religione per tutti i popoli, per tutte le genti. Gli stessi pagani si chiamavano gentili, per dire che erano tutti gli altri, per dirla col nostro linguaggio.

E quindi noi siamo qui questa sera, perché siamo gli eredi di questo pensiero teologico che potrebbe essere difficile e che è stato concretizzato da questi simpatici tre Magi. Essi ci dicono che non c’è nessun colore, non c’è nessuna provenienza, non c’è nessun lavoro, non c’è nessuna professione che non possa fare la strada avventurosa di ricerca che segue la stella per riconoscere la centralità di Gesù nella propria vita.

E come si fa? Il testo ci dà anche qui stavolta un paio di indicazioni, che però sono intrecciate. Abbiamo due quadri: uno centrato a Gerusalemme, con al centro i Magi: c’è tutta Gerusalemme e tutti i sacerdoti e gli scribi. Notate l’enfasi di Matteo: tutta Gerusalemme con lui fu turbata, sentendo che questi simpatici maghi-Magi-sapienti che venivano da lontano chiedevano al re felicemente regnante, Erode, dov’era il re dei Giudei che è nato. Sentite l’ironia: non si va dal re regnante a chiedere dov’è il re che è nato. E poi Erode aveva una fama, una fama e una pratica non tanto simpatica: tre o quattro figli, nel gioco tra le mogli, li aveva già fatti fuori.

C’è una grande ironia in questa prima domanda dei Magi sentitela: Nato a Betlemme di Giudea Gesù, al tempo di re Erode, ecco alcuni Magi – potete fare anche tre, quattro… –  vennero da Oriente a Gerusalemme e dicevano: Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti per adorarlo.

E dunque la prima scena ha della gente che segue i segni della loro professione: i Magi guardano le stelle. Interpretano i segni della loro professione come un indicatore, un cartello indicatore per andare a cercarlo. È quello che facciamo noi tutti i giorni, ogni settimana dell’anno: viviamo la nostra vita, la famiglia, il lavoro, le persone, la relazione sociale, qualche sogno, e cerchiamo dentro questa che è la nostra vita, di trovare la stella che ci conduca davanti a Dio.

Questo 2023, dopo due anni, sono tre anni alla prossima fine di febbraio, abbastanza tremendi, siamo riusciti a rispolverare la nostra stella, visto che sembra che il Covid ci lasci un po’ di tregua. Ma non basta. Non basta avere i segni della propria vita, del proprio lavoro, della propria famiglia, della propria professione: ti fanno trovare la direzione, ma non ti fanno riconoscere Gesù. Bisogna andare a Gerusalemme. E vanno a Gerusalemme, i Magi.

E Gerusalemme cos’è? È il luogo della rivelazione, dove c’è la Parola di Dio e il popolo d’Israele aveva già accumulato messaggi. Se voi andate ad aprire la vostra Bibbia a casa, la proporzione tra Antico e Nuovo Testamento è di quattro a uno, per numero di pagine.

E qui c’è una scena veramente spaventosa, amarissima nella scrittura di Matteo: innanzitutto all’udire questo Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme, che enfasi! Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e del popolo: pensate, è un’espressione che in Matteo ritorna soltanto per la Passione, quando si riuniscono tutti i capi dei sacerdoti, degli scribi e del popolo per mettere a morte Gesù. Quindi i tamburi che suonano non sono quelli radiosi, le zampogne che suonano a Natale. No, no, all’Epifania un testo forte, uno scontro duro. E Matteo fa leggere agli scribi e ai sacerdoti il testo esatto del luogo dove doveva nascere il Messia.

E com’è questo secondo gruppo di persone, che sono intorno a Erode? Leggono giustamente la Parola di Dio, magari frequentano anche tutti i giorni la sinagoga, però non mettono in discussione la loro vita. I Magi hanno seguito i segni della loro vita per arrivare fino a Gerusalemme. Questi sono già a Gerusalemme, leggono correttamente la Parola di Dio, trovano il passo giusto, ma non riescono ad uscire dalla cornice di Gerusalemme. Compresa la frase finale, che va letta con un po’ di ironia, dice: Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò dicendo: Andate, informatevi accuratamente… e quando il bambino l’avrete trovato fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo. È la seconda volta che appare il verbo adorare.

Ecco i due grandi segni: la vita e la Parola. La vita, la professione, la famiglia, gli incontri di ogni giorno, le relazioni senza la Parola sono terra deserta. La Parola – detta giusta, eh! passo giusto, trovato in fretta, con tutti gli scribi, tutti i sacerdoti – però se non metti in discussione la vita, se non si confronta con la vita, rimane monca, rimane tragicamente chiusa nella cornice di Gerusalemme e non andate a incontrare il Signore.

Io sono stato venduto per 25 denari a Novara dieci anni fa, non trenta, Gesù è stato venduto per trenta denari, capite; però ricordo prima di partire uno dei testi più belli del card. Martini che diceva: il seme senza terreno diventa secco, il terreno senza seme diventa steppa arida e torre di Babele. Bella eh! non solo steppa arida, ma anche torre di Babele. Non possiamo intenderci gli uni con gli altri. Questa sera quando andate a casa registrate quello che direte oggi, domani. Vedrete che le nostre parole non sono parole incoraggianti, sono parole che hanno dentro una nostalgia, ma non riescono a essere, sono parole che indicano compiti, impegni, fai questo, fai quello, ma non hanno dentro il seme che incontra la speranza.

E d’altra parte anche il seme da solo secca se non è immerso nel terreno, ma deve attecchire, deve fiorire, deve marcire.

E allora ecco l’ultimo versetto: Ed ecco la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva. È una stella intermittente, strano: prima li porta a Gerusalemme, poi si spegne. E solo dopo aver confrontato con la Parola si riaccende.

Pochi fanno notare questa cosa; anch’io l’ho imparata tardi, verso i quarant’anni, questa stella intermittente. Finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. La stella adesso ha la funzione di indicatore pratico, quasi un Tom Tom che poi va sul luogo giusto. Vedendo la stella provarono… il testo greco è bellissimo, dice: Una mega gioia grandissima! Non si può tradurre in italiano una gioia grandissima. È l’incontro più importante della vita, è quello più importante della settimana, quando si accende l’innesco tra la coscienza e la Parola, tra la mia vita con la Parola che dia un po’ di sapore e di calore.

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono.

Ecco, adesso il bambino diventa il centro della loro vita, è la Parola che non è subito una parola travolgente, ma una parola bambina, deve imparare a diventar grande, che all’inizio dice parole a mozziconi, come fanno i bambini. Poi, quando hanno due o tre anni cominciano a incrociare le parole, una delle cose più belle, quando uniscono le parole come se fossero pezzetti di Lego, però dopo quando li mischiano vengono fuori meraviglie.

È una parola bambina che ha bisogno di crescere, di farsi prima racconto – i bambini vogliono il racconto tutte le sere – poi racconto ancora più disteso, e poi pane forte per la vita. Poi aprirono i loro scrigni [rivolto ai Magi presenti] fatelo… sono vuoti? Potevate mettere un po’ di cioccolati, pensavo di tornare a casa con un po’ di cioccolato, pazienza,… e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Un tempo i predicatori facevano svolazzi sulla differenza dei doni. I doni, avete visto, sono presi dalla prima lettura, dove i cammelli che vengono da Saba offrono oro e incenso, poi hanno attaccato la mirra, qualcuno adesso traduce birra, ma è un’altra cosa.

Sono avvertiti in sogno – questa cosa è molto bella – di non tornare da Erode: non si torna indietro, non c’è più bisogno di tornare a Gerusalemme, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese, alla loro casa, alla loro professione, al loro orizzonte, al loro ruolo, alla loro fatica, alla vita di ogni giorno.

Tre cose allora vi auguro per la vostra festa, visto che siete i custodi dei re Magi, almeno il dito ce l’avete. La prima è: avere sempre la stella della vita. Tutti, eh, anche le persone anziane: se non avete una stella di cui avere nostalgia non va bene. Vuol dire che Gesù, che è nato bambino, dopo quattro, cinque giorni è già morto. Secondo: avere una casa a cui arrivare. Terzo: avere un’altra via da continuare, perché una volta che siamo diventati credenti adulti che hanno intrecciato la parola e la vita, non c’è più bisogno di tornare a Gerusalemme. Ormai abbiamo fatto nostro il circolo virtuoso per cui la vita incontra la parola e la parola dà senso, sapore, colore alla vita. Con tanti auguri.

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