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L’età dell’oro e un conto da saldare. Il racconto di mezzo secolo dell’Edilnord

Cultura

L’età dell’oro e un conto da saldare. Il racconto di mezzo secolo dell’Edilnord

di Luigi Lunari 

Eravamo giovani, allora: eravamo giovani e belli! Famigliole fatte con lo stampino, che all’Edinord arrivavano da Milano o da altro, alla ricerca di un po’ di spazio e di verde: lui manager o cosa del genere sui trent’anni, lei più o meno casalinga e più o meno coetanea, due figlioletti da asilo nido, se non addirittura in carrozzina. I primi ad arrivare si trovarono in un cantiere rumoroso e polveroso: ma le prospettive erano da Terra Promessa. C’era un club (forse il primo edificio ad essere completato), con tanto di piscina e di campo da tennis, e lì alla sera affluivano i pionieri, accolti dal padrone di casa – tale Silvio Berlusconi – che li intratteneva e che si esibiva a dimostrazione di quanto fosse bello vivere lì.
Di giorno, quello stesso Tale, vendeva appartamenti, fatti o da fare che fossero. Convogliava da Milano parenti ed amici, a fingersi acquirenti in coda per prenotare bilocali o mansarde, e i risultati furono subito strepitosi, tanto che invece di quindici edifici di cinque piani ciascuno, come programmato, se ne fecero diciotto di due piani più alti. Genio commerciale, ma anche straordinario e lungimirante psicologo: a un tizio che gli confessava di non avere bastevoli soldi per un appartamento, Berlusconi disse un giorno: “Faccia lei il piano di pagamento che vuole!”: gli vendette l’appartamento e se lo fece amico (ed elettore) per tutto la vita.

Torniamo ai giovani e belli di cinquant’anni fa. Fu un’età dell’oro. Non solo – come qualcuno potrebbe sospettare – perché a trent’anni la vita è più bella e divertente che a ottanta. Certo, c’era anche questo, ma c’era anche un’invidiabile situazione oggettiva, che riguardava il Paese nel suo insieme e tutti i suoi cittadini singolarmente presi. Niente guerre, nazione in pieno miracolo economico, niente fastidiose eredità di imperi (quali l’Indocina o l’India o l’Algeria), nessun dovere di difendere il mondo da pericoli rossi o gialli… L’Inghilterra, che aveva vinto la guerra, aveva da poco abolito le tessere, e noi riempivamo le strade di automobili e le cucine di frigoriferi. La Russia – altra vincitrice – fabbricava trattori per le campagne, e noi sfrecciavamo verso Cortina o Capalbio con eleganti decapottabili metallizzate. In un mondo che ancora tendeva a dividersi tra cicale e formiche, noi ci siamo buttati tutti a cicalare. Tutti abbiamo fatto “il piano di pagamento” che volevamo: ma senza il talento di Berlusconi, e senza la sua attenta lungimiranza. “Compra oggi, e paghi domani”. O meglio ancora: “Compra oggi, e la prima rata la pagherai tra dieci anni!” E se non ci sarai tu, la pagheranno i tuoi figli!
E così, quei figlioletti da asilo nido da cui siamo partiti, oggi si trovano a dover saldare il conto per i cinquant’anni in cui siamo vissuti troppo al di sopra dei nostri mezzi. Un po’ mi dispiace: che questo pezzetto celebrativo sia scivolato poco a poco in un mea culpa così poco edificante. E quando passo davanti alla vecchia club-house, e vedo i muri scrostati, e il campo da tennis ridotto a un campo di buchi, e la piscina piena di erbacce e di rifiuti… ebbene, io mi domando che cosa è successo e perché.

E la risposta – attenuante o aggravante che sia, e che vale per ambiti ben più ampi e comprensivi – non può che essere una: ci è mancato un po’ di impegno, un po’ di serietà, un po’ di cultura. Se una collettività ha come traguardo ideale il torneo di tennis o quello di burraco e diserta le poche occasioni di confronto che un club si azzardi a costruire… non andrà molto lontano. E in effetti non siamo andati lontano: qualche momento di gratificante splendore, come quando le mogli andavano in vacanza e noi mariti ci trovavamo al club… per che cosa? Per andare a mangiare la pizza e l’anguria! O la sera in cui un bello spirito che si piccava di letteratura lesse nella sala del club – una tantum gremita – un poema satirico in corpore vili passato alla storia come “Edilnordiade”. Ma ricordo anche un abbonamento collettivo alla Scala, fatto per iniziativa di un socio melomane, e rimasto per lo più deserto; e una serata dedicata ai “più bei film di animazione del mondo”, alla quale si presentò un solo socio: capitato lì per sbaglio, sperando in una partita a ciapanò. Ma per il resto ci siamo lasciati dondolare da un magico momento di spensieratezza e di irresponsabilità che ci ha portato in molte classifiche ad essere ultimi o quasi ultimi in Europa.

Bah, il cinquantenario dell’Edilnord è alle porte. E dunque – dappoichè è inutile piangere sul latte versato – “libiam nei lieti calici”! E che a figli e nipoti – curvi sotto il peso dei debiti che abbiamo lasciato loro – il tutto serva almeno di lezione per il futuro. Un augurio cordiale!

Luigi Lunari

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