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Nelle scuole senza paura del presepe

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Nelle scuole senza paura del presepe

Il Natale non resta fuori dalle scuole brugheresi. Se negli ultimi giorni si è aperto un dibattito sull’opportunità o meno di realizzare il presepe nelle scuole (in ragione di una presunta forma di rispetto per chi non si dice cristiano emersa in una scuola di Rozzano) gli istituti della città hanno preso strade comuni. Il Natale si festeggia e si racconta. Nelle scuole dell’infanzia pubbliche paritarie, anche con messe e preghiere. In quelle statali, con formule diverse, spiegano i dirigenti.

Mereghetti: «Nessuna strumentalizzazione»
«È un problema che non ci siamo neppure posti – commenta il dirigente della Don Camagni, Claudio Mereghetti -, grazie al fatto che il Natale, le feste, le iniziative, sono state affrontate in modo sereno e ordinario, senza strumentalizzazioni ideologiche». Nell’istituto che guida, aggiunge, «le iniziative natalizie nascono dal basso, dai genitori, e i docenti delle singole classi le adottano come ritengono sia più opportuno». Anche negli anni passati, assicura, «Non abbiamo mai avuto problemi: i presepi ci sono sempre stati e nessuno ha sollevato obiezioni». Nelle prossime settimane, aggiunge, «abbiamo in programma tre feste di Natale nei tre plessi, organizzate dai genitori. Sono momenti divertenti caratterizzati anche da uno slancio solidale grazie alle raccolte fondi organizzate per l’occasione».

Terzoli: «Rinunciare a Natale non è una forma di rispetto»
«In un istituto comprensivo come il nostro – gli fa eco Nora Terzoli, dirigente scolastico della Sauro – ci sono fasce d’età diverse: per ciascuna mettiamo in campo iniziative diverse». Per citarne alcune, le decorazioni alla scuola dell’infanzia e il presepe alla primaria. «Non abbiamo alcuna difficoltà – precisa – a sostenere gesti e momenti, come il Natale, che si trovano pienamente nell’arco della nostra tradizione. Lasciare il Natale fuori dalla scuola non è una forma di rispetto, perché non è rinunciando ai propri gesti che si favorisce l’inclusione: semmai, spiegandoli». Il Natale viene illustrato, «senza fare catechismo sia ben chiaro – aggiunge la dirigente – nelle ore di religione, a chi le frequenta. È importante conoscere la religione anche perché in caso contrario, ad esempio, sarebbe incomprensibile più della metà dell’arte occidentale, che fino all’’800 se non di più è prettamente sacra».

Angioletti: «Deleterio non riconoscere le origini»
«Sto appendendo le decorazioni nell’atrio». Risponde così, la dirigente Rosaria Angioletti dell’istituto De Pisis, a rimarcare che «non è stato sollevata nessuna obiezione riguardo ai festeggiamenti di Natale». Non si è posto nessun problema, ribadisce, «ma il mio pensiero sarebbe stato chiaro: la scuola è laica, ma rinunciare a una festività radicata nella nostra cultura, sarebbe un impoverimento». La preside aggiunge che «al contrario, si tratta semmai di riconoscere ciò che, di bello, c’è in ogni diversa identità, per poi confrontarsi». Se, in futuro, «i numeri delle presenza di bambini di altre culture facessero emergere l’esigenza di dare spazio anche ad altri momenti di celebrazione, sarebbe opportuno, partendo dalle nostre radici». Perché, conclude, non c’è nulla di più deleterio che non riconoscere le proprie origini».

Don Zoia: «Laicità non è negazione della dimensione religiosa  dell’uomo»
«Una sana laicità non è riduzione dell’umano, bensì è custodia della sua ricca pienezza», commenta il parroco, don Vittorino Zoia.
«La scuola – aggiunge – per il suo compito educativo e culturale, è tenuta a rendere comprensibile la storia di un popolo. Voler trasformare il Natale in una “festa d’inverno”, è come cambiare contenuto e significato alla festa del 25 aprile, proponendola come un’improbabile “festa di primavera”, oppure la ricorrenza del 2 giugno, ribattezzandola “festa di estate” per non offendere i monarchici a cui non va a genio la Repubblica: è qualcosa di assurdo». La scuola, continua il sacerdote, «deve spiegare cos’è il Natale, celebrazione di un avvenimento da cui il nostro Paese è segnato. Al di là della battaglia sul presepe, che rischia di essere fuorviante: ciò che non va dimenticato è il senso del Natale, che è semplicemente il “chi è nato”, Gesù». Con un’attenzione, conclude: «Giù le mani da Gesù Bambino: via le strumentalizzazione in senso politico, ideologico e consumistico».

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